L’immunoterapia è uno degli approcci che l’oncologia utilizza nelle terapie contro il cancro. I batteri presenti nel nostro corpo giocano un ruolo molto importante nell’efficacia di questo tipo di terapia, in particolare i batteri dell’intestino (microbiota intestinale). A tal proposito è bene ricordare che esistono batteri “buoni” e altri “cattivi” in relazione al tipo di risposta che ha l’organismo rispetto alla terapia farmacologica.
Dato che la maggiore percentuale di pazienti risponde alla terapia in modo negativo, i ricercatori dell’Università di Chicago, insieme alla GRCC francese, hanno indagato su quali possano essere i fattori chiave di tale processo. Il fine della ricerca è stato quello di ottenere una terapia che induca inequivocabilmente ad una completa e rapida remissione del tumore. Per ottenere ciò, gli scienziati hanno condotto le loro ricerche utilizzando come soggetto di studio i cosiddetti “non rispondenti alla terapia immunologica”.
Il microbiota influenza l’efficacia terapeutica
Alla base della ricerca vi è lo studio effettuato su una collezione di campioni di microbiota orale e fecale di 112 pazienti con melanoma, in trattamento con anti- PD1 (Programmed cell death 1 protein, Fig.1). Di questi, solo 30 campioni fecali risultavano avere una risposta positiva al trattamento. Esaminando più in dettaglio il caso, i ricercatori hanno scoperto importanti differenze in termini di biodiversità batterica.
Il gruppo dei batteri appartenenti ai “rispondenti” ha mostrato avere un maggiore grado di abbondanza di Ruminococcaceae e un aumento del processo anabolico. I rispondenti hanno dimostrato un profilo immunitario tale da supportare una risposta antitumorale sistemica.

La conferma dal modello murino
A confermare l’attività sono stati gli studi sui topi: infatti, trasferendo in topi germ-free il microbiota rispondente si osservava una equivalente risposta terapeutica. Somministrando antibiotico prima della somministrazione di immunoterapia anti-PD1 si creava una disbiosi che inibiva l’efficacia del trattamento oncologico. A prova di ciò, intervenendo con il cosiddetto “trapianto fecale” da soggetti non rispondenti in topi germ-free, aumentando a livello orale il ceppo batterico mancante, si otteneva una ripresa dell’efficacia clinica promuovendo così l’attività immunitaria.
Dunque, è evidente come un iniziale risultato negativo rispetto alla terapia immunologica non debba sconfortare. Infatti, correggendo la fisiologia del microbioma intestinale è possibile ottenere dei risultati terapeutici anche nel campo dell’immunoterapia sulla quale la ricerca sta perseverando.
Alice Marcantonio